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I miei lavori tra parole e immagini


La strana storia dell’alfiere di Anzio (di Giovanni Lupi da un’idea di Oscar Coni)


Nella piazza centrale di Anzio comparve una scacchiera gigante.

L’iniziativa era stata fortemente voluta dal sindaco, il quale, durante l’inaugurazione, trascorse diversi minuti a cercare di capire accanto a quale pezzo dovesse farsi fotografare. Il re gli sembrava eccessivo, la regina rischiava interpretazioni indesiderate, il cavallo aveva qualcosa di carnevalesco. Optò dunque per l’alfiere, che possedeva quella vaga autorevolezza propria delle cariche di cui nessuno conosce veramente le competenze.

La Pro Loco accolse l’iniziativa con l’entusiasmo che normalmente si riserva alle apparizioni mariane e ai finanziamenti regionali. Alcuni soci sostennero che la scacchiera avrebbe cambiato il destino turistico della città; uno di loro arrivò ad affermare che, con una campagna promozionale adeguata, Anzio avrebbe potuto diventare «la Bruges del pedone», espressione il cui significato rimase oscuro anche a chi l’aveva pronunciata.

Per qualche settimana la scacchiera divenne l’orgoglio cittadino. I bambini correvano tra le caselle, i turisti scattavano fotografie, gli anziani discutevano di strategie senza aver mai terminato una partita in vita loro.

Poi, una mattina, l’alfiere scomparve.

Non era stato spostato, né vandalizzato, né trovato in mare.

Era proprio sparito.

La notizia si diffuse con la consueta efficienza della rete informativa portodanzese, una struttura informale che trascorreva gran parte della giornata su Facebook ricordando a tutti i propri diritti e impiegava il tempo restante a dimenticare i propri doveri.

Gli abitanti delle Villette dichiararono che il responsabile apparteneva sicuramente al Centro.

Argomentarono che il Centro, disponendo di piazze, bar storici e una certa familiarità con i concetti astratti, aveva da sempre manifestato una naturale inclinazione all’intrigo.

Il Centro respinse le accuse con sdegno.

Secondo i suoi rappresentanti informali, riuniti davanti a un caffè corretto e a tre opinioni non richieste, era evidente che il colpevole provenisse dalle Villette.

“Lo avranno sistemato accanto ai nani da giardino e alle finte colonne romane” dissero.

Le Zone Intermedie osservavano il dibattito dall’alto della loro peculiare posizione geografica e morale.

Le Zone Intermedie sono infatti convinte di comprendere il Centro senza diventarne vittime e di conoscere le Villette senza condividerne gli eccessi.

I loro residenti formularono una terza ipotesi, più elegante perché permetteva di attribuire ogni responsabilità a persone che non erano presenti per difendersi: i fagottari di passaggio.

La definizione di fagottaro variava a seconda dell’intervistato ma possedeva sempre una caratteristica costante: il fagottaro abitava altrove.

Per alcuni era chiunque risiedesse oltre tre fermate d’autobus.

Per altri iniziava già dopo il semaforo.

Passarono i giorni.

Poi le settimane.

Poi i mesi.

Tutti accusavano tutti.

Nessuno sapeva niente.

L’assenza dell’alfiere cominciò a incidere sulla psiche collettiva.

Le persone si fermavano davanti alla scacchiera e scuotevano lentamente la testa.

Nei bar si parlava dell’alfiere con la stessa frequenza riservata alle previsioni del tempo e alle formazioni della Roma.

Nacquero comitati spontanei.

Il Comitato per il Ritorno dell’Alfiere.

Gli Amici dell’Alfiere.

I Nuovi Amici dell’Alfiere, sorti in polemica con i precedenti.

L’Associazione Trasversale degli Amici degli Amici dell’Alfiere.

Vi fu perfino una scissione.

L’ansia ad Anzio raggiunse livelli tali da rendere finalmente comprensibile l’etimologia del nome della città, benché gli storici continuassero ostinatamente a negarlo.

Fu allora che arrivò il messaggio.

Una lettera anonima.

Poche righe: “Portate una valigetta contenente quindicimila euro all’indirizzo indicato. Avrete indietro l’alfiere. Niente polizia. Niente domande.”

La richiesta sconvolse la popolazione.

Seguì però un fenomeno inatteso.

Per la prima volta dopo anni, Centro, Villette e Zone Intermedie si trovarono d’accordo su qualcosa.

Bisognava pagare.

Non perché l’alfiere valesse quindicimila euro.

Su questo vi era unanimità.

L’alfiere non li valeva neppure lontanamente.

Ma nessuno sopportava più quella casella vuota.

Fu organizzata una colletta.

Contribuirono tutti.

I commercianti.

I pensionati.

I professionisti.

Persino un signore che sosteneva da mesi che l’alfiere non gli fosse mai piaciuto versò venti euro precisando che il suo contributo era puramente istituzionale.

Si raccolse l’intera somma.

La valigetta venne consegnata.

E il mattino seguente l’alfiere era di nuovo al suo posto, sulla scacchiera gigante, nello stesso orientamento. Con la stessa espressione da alfiere. Come se si fosse assentato soltanto per una questione personale.

Quella sera Anzio fece festa.

Centro, Villette e Zone Intermedie celebrarono insieme.

Ci furono discorsi commossi sulla comunità.

Sul dialogo.

Sulla necessità di superare le divisioni.

Alcuni arrivarono persino a salutarsi cordialmente.

Per qualche tempo sembrò addirittura che tutti si fossero voluti bene.

Il colpevole non fu mai trovato.

Tuttavia, qualche mese più tardi, emerse una curiosa coincidenza.

Tutte le associazioni del territorio che si occupavano di anziani soli, famiglie in difficoltà, persone fragili, disabili e senza dimora ricevettero una donazione anonima.

Chi mille euro.

Chi duemila.

Chi cinquecento.

Chi trecento.

Alla fine qualcuno si prese la briga di fare i conti.

L’ammontare complessivo era esattamente di quindicimila euro.

Le donazioni non erano accompagnate da messaggi.

Né da spiegazioni.

Né da rivendicazioni.

Solo un piccolo simbolo compariva in fondo alle ricevute dei bonifici.

La stilizzazione di un alfiere.

Naturalmente nessuno collegò i due fatti.

Almeno ufficialmente.

Ad Anzio, ancora oggi, quando si passa davanti alla scacchiera e si osserva l’alfiere al proprio posto, può capitare di vedere qualcuno sorridere.

Un sorriso leggero, complice.

Il sorriso di chi sospetta la verità.

E la considera troppo divertente per rovinarla con una spiegazione.

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